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Gen
13

"U terrimotu ranni" dell´11 gennaio 1693

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Sono state molte le città della Sicilia orientale che hanno ricordato «u terrimotu ranni» dell’11 gennaio 1693.

 

Da Noto a Siracusa, da Ispica a Militello, ma anche a Piazza Armerina ed Enna, scampate alla scossa, sono state celebrate cerimonie solenni per ricordare i 60 mila morti di 318 anni fa. A Catania si contarono 16mila morti, a Ragusa 5mila, a Siracusa 4mila. La vecchia città di Noto sul Monte Alveria fu cancellata e ricostruita a valle facendone il primo esempio di città disegnata a tavolino dal punto di vista urbanistico. Anche Grammichele, Modica, Avola, Scicli furono ricostruite nello stile del tempo, il barocco, che ha dato fino ad oggi la cifra unitaria a tutto il Val di Noto tanto da fargli meritare il riconoscimento Unesco.

Il terremoto fu occasione di rinascita, di una ricostruzione pensata e guidata grazie alle aristocrazie del tempo, alle finanze della chiesa e degli ordini religiosi, alla maestria di scalpellini e maestri della pietra, capomastri ed architetti. Del terremoto del 1693 resta oggi un ricordo comunque vivo grazie alla sapienza dei «mastri e dei maestri» che seppero arredare città e centri storici. Un esempio che non è stato seguito negli ultimi decenni quando i centri storici hanno subito violenze architettoniche se non distruzioni.

La memoria del terremoto serva sempre da monito e punto di riferimento al di là delle commemorazioni che giustamente le amministrazioni locali hanno voluto nel giorno della ricorrenza.

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