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Ago
24

E´ il momento del rimorso per Corrado Moncada, il modicano che ha ucciso suo padre

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Pare cominci a provare un bruciante rimorso per il delitto commesso il modicano di 47 anni Corrado Moncada. L’uomo, nel silenzio della sua cella, sta facendo i conti con i fantasmi del passato recente e con la sua stessa coscienza. Passata la furia omicida dettata dal rancore del momento, Corrado Moncada sa che, a prescindere dagli esiti giudiziari, sarà comunque costretto a convivere con la consapevolezza d’aver ucciso il suo stesso padre, Emanuele, 73 anni, a colpi di spranga in testa. Un delitto scaturito dall’esasperazione causata da un padre che non riusciva a troncare la sua dipendenza dal gioco, affondando le mani anche nel portafogli del figlio, per potersi pagare le giocate. La pensione non bastava difatti alla vittima, e questo Corrado non lo tollerava più.

 

A nulla erano valse le minacce, i litigi, le discussioni accese. Fino a quando quel tragico sabato, all’alba, Corrado Moncada è stato vinto dal rancore che aveva covato per una notte intera, dopo l’ennesima litigata con il padre, cominciata la sera prima. E così, quasi in maniera inconsapevole, con la capacità di ragionare annullata dalla rabbia del momento, Corrado Moncada ha afferrato la sbarra di ferro, ha inseguito il padre per strada, in quella via Egitto dove tutti si conoscono, e lo ha finito, dinanzi agli occhi inorriditi e increduli dei vicini. Poi Corrado Moncada si è «spento». Svuotato di ogni energia, ha atteso l’arrivo dei Carabinieri, che, al momento dell’arresto, lo hanno trovato seduto sull’uscio di casa, a pochi passi dal cadavere insanguinato dell’anziano padre. L’interrogatorio di garanzia da parte del pubblico ministero si svolgerà tra oggi e domani, alla presenza dell’avvocato di fiducia del parricida.

I funerali di Emanuele Moncada dovrebbero invece essere celebrati nelle prossime ore, quando la salma, sottoposta ad autopsia, sarà riconsegnata ai familiari. Anche ieri in città non si parlava d’altro. Il fatto di sangue ha sconvolto tutti, non solo per le modalità e per i meccanismi che lo hanno innescato, ma anche e soprattutto per le persone coinvolte. Emanuele Moncada era noto per essere un tipo mite. Aveva l’abitudine di muoversi in città in sella ad una vecchia «Vespa» bianca. Purtroppo l’anziano era anche schiavo del vizio del gioco, causa dei frequenti alterchi con il figlio. I due dividevano la piccola e modesta casa tra il quartiere Fontana e Modica Alta, dopo la morte della moglie, avvenuta qualche anno fa. La famigliola tirava a campare con la pensione dell’anziano, che, a quanto pare, la stessa vittima dilapidava con le scommesse al Superenalotto e con i «Gratta e vinci», e con il sussidio di disoccupazione di Corrado Moncada.

Anche quest’ultimo, a dispetto del delitto commesso in preda alla rabbia e all’esasperazione, è una persona nota ai più come un tipo tranquillo, addirittura con velleità di poeta. Anche se Corrado Moncada risulta ufficialmente disoccupato, non è comunque uno sfaccendato. Il modicano arrotondava lavorando in maniera saltuaria nel settore edile e in quello agricolo. Non era un tipo al quale piaceva stare con le mani in mano. Corrado Moncada ha semmai avuto l’unico torto, se così lo si può definire, di non essere più riuscito a tollerare che il padre si appropriasse dei suoi risparmi per permettersi il vizio del gioco.

Un profondo disaccordo alla base delle infinite discussioni tra i due, rese ancora più accese dall’accresciuto numero di puntate al Superenalotto di Emanuele, abbagliato da quel jackpot milionario che, ironia della sorte, 12 ore dopo la sua morte è finito nelle tasche di un anonimo quanto fortunato scommettitore della provincia di Massa Carrara. E così mentre a Bagnone si fa festa, a Modica resta l’eco di un assurdo dramma familiare che ha posto fine anzitempo alla vita di un padre, segnando per sempre quella del figlio.

LA CRONACA DELL’OMICIDIO

Prima o poi doveva succedere. La febbre del gioco, acuita dal miraggio di una ricchezza facile, ancora più agognata a causa della crisi economica, è sfociata nel dramma. Un anziano e incallito scommettitore non solo del Superenalotto, ma anche del «Gratta e vinci», ha pagato con la vita il vizio del gioco, e nella maniera più terribile e cruenta. Emanuele Moncada, 73 anni, è stato ammazzato in strada a colpi di spranga dal suo stesso figlio, al culmine di una lite sfociata nella tragedia familiare. Corrado Moncada, 46 anni, non ci ha visto più. Dopo aver ripreso di buon mattino una violenta discussione cominciata la sera prima con l’anziano padre, per ammonirlo a non mettere mano al suo portafogli per pagarsi le giocate, lo ha finito con una sbarra di ferro. Per l’anziano, che ha pure tentato di difendersi, non c’è stato scampo.

Il figlio, accecato da una improvvisa furia omicida, ha ucciso suo padre a pochi passi da casa, assestandogli una decina di colpi al volto e fracassandogli il cranio. Emanuele Moncada è morto sul colpo in via Egitto, un stradina che collega il quartiere Fontana con Modica Alta, nella zona di Santa Teresa, tra le aree più vecchie della città, dove i vicoli stretti si snodano attraverso piccole case addossate l’un l’altra. E proprio da una di queste abitazioni l’anziano era corso via, inseguito dal figlio, che lo ha poi ammazzato sotto gli occhi atterriti dei vicini di casa.

Agghiacciante la scena del crimine all’arrivo dei Carabinieri: il cadavere di Emanuele Floridia era a faccia in giù in una pozza di sangue mentre, qualche metro più in là, il figlio si teneva la testa fra le mani, seduto in stato confusionale sui gradini dell’uscio di casa. Quando i militari gli hanno stretto le manette ai polsi, Corrado Moncada sembrava assente, inconsapevole d’aver ucciso suo padre. Eppure, appena pochi attimi prima, il modicano aveva ancora mostrato la lucidità necessaria per nascondere l’arma. I Carabinieri hanno difatti trovato la spranga di ferro, del modello utilizzato per le recinzioni, all’interno di un armadio, ancora sporca di sangue e con tracce evidenti di capelli e materia cerebrale.

Nelle tasche della vittima, i militari hanno invece rinvenuto alcune ricevute di gioco del Superenalotto e un corposo mazzo di biglietti ancora da grattare, forse acquistati la sera prima. I vicini racconteranno che le liti tra padre e figlio erano negli ultimi tempi divenute più frequenti e violente, e sempre per lo stesso motivo: il vizio del gioco di Emanuele Moncada, acuitosi per via del ghiotto montepremi del Superenalotto. Il jackpot milionario, che rende bramosi di denaro anche i giocatori meno accaniti, aveva indotto l’anziano modicano ad intensificare il numero delle giocate, scommettendo molti più soldi rispetto al solito, senza per questo rinunciare alla vecchia passione del «Gratta e vinci».

Ma, per pagarsi le giocate, la pensione da ex operatore ecologico non bastava ad Emanuele Moncada. E così l’anziano si appropriava spesso dei soldi del figlio, un disoccupato che sbarcava il lunario con lavoretti occasionali nel settore edile e in quello agricolo. Più volte Corrado Moncada aveva minacciato il padre, raccomandandogli di non prendersi i suoi soldi per scommettere al gioco. Proprio l’ostinatezza della vittima, che continuava a mettere le mani nelle tasche del figlio, era alla base dei frequenti litigi.

L’ennesima, accesa discussione scoppiata venerdì sera, è sfociata nel sangue all’alba di ieri. Stando alla ricostruzione dei Carabinieri, dopo aver covato rancore per l’intera nottata nei riguardi del padre, Corrado Moncada lo ha aggredito verbalmente appena sveglio, afferrando la spranga di ferro e brandendola contro il genitore. Questi ha cercato scampo fuori dall’abitazione, prendendo un’altra sbarra di ferro appoggiata a lato della porta d’ingresso e con la quale ha tentato di difendersi dal figlio in strada. Ma Corrado Moncada, accecato dall’ira e molto più in salute rispetto all’anziano padre, lo ha colpito ripetutamente al volto e alla testa, fracassandogli il cranio e uccidendolo all’istante.

Nel frattempo, gli atterriti vicini di casa, che avevano assistito all’agghiacciante scena dai balconi delle loro case, hanno telefonato al 112. Quando gli uomini del capitano Alessandro Loddo e l’ambulanza sono giunti sul luogo del delitto, per lo sfortunato e incallito giocatore non c’era più nulla da fare. Ai militari non è rimasto che ammanettare il parricida, pressoché inoffensivo e svuotato di ogni forza dopo l’atroce delitto.

Corrado Moncada è stato rinchiuso nel carcere di Piano del Gesù a Modica Alta con la pesante accusa di omicidio volontario. I dettagli del fatto di sangue sono stati resi noti ieri mattina in caserma dal tenente colonnello del comando provinciale del Carabinieri Nicodemo Macrì e dallo stesso capitano della compagnia di Modica Alessandro Loddo. Padre e figlio vivevano nella modesta abitazione da soli, dopo la morte della moglie della vittima, e tiravano a campare con la pensione di Emanuele Moncada e il sussidio di disoccupazione del figlio Corrado, che, come accennato, lavorava saltuariamente come muratore o operaio agricolo. Emanuele Moncada era solito girare in città in sella ad una vecchia «Vespa» bianca. Quasi ogni giorno pare si recasse in autobus ad Ispica per andare a trovare una sua amica intima con la quale, forse, divideva la stessa passione per il gioco. Un vizio che ha scatenato la furia omicida del figlio di Emanuele Moncada, risultandogli fatale.

Corrierediragusa.it

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